Attention, ce site n'est plus mis à jour.
Le nouveau blog du bulletin :
http://lucioles.noblogs.org

Affichage des articles dont le libellé est Italiano. Afficher tous les articles
Affichage des articles dont le libellé est Italiano. Afficher tous les articles

Io non chiamo il 113 !

Potremmo metaforicamente immaginare la Giustizia come una tela di ragno che ha al suo centro la prigione. I fili più grossi e più vicini al centro sono quelli più visibili e conosciuti: giudici, sbirri, secondini. Quelli più periferici sono anch’essi facilmente riconoscibili, se si fa un po’ d’attenzione: guardie private, psicologi, assistenti sociali, mediatori di ogni tipo, etc. Ma il lavoro di tutte queste persone non potrebbe bastare da solo a raggiungere il fine della Giustizia, cioè difendere il Potere (politico, economico, morale, etc.) e mettere all’opera in buon ordine la plebaglia di lavoratori/consumatori. Ma abbandoniamo la metafora: la collaborazione della “gente” è indispensabile al buon funzionamento della macchina poliziesca e giudiziaria.

Molti processi non potrebbero essere celebrati senza testimoni. Recentemente, il governo ha anche formalizzato la figura del “collaboratore di giustizia” o pentito [ispirandosi alla normativa italiana in merito, NdT]. Si tratta di qualcuno che infama altri per beccarsi meno (o niente) galera ed in sovrappiù ricevere protezione e denaro dallo Stato. Più in generale, la polizia fa sistematicamente ricorso ad informazioni raccolte fra i “cittadini”, per prevenire delitti o trovarne gli autori. Un buon esempio di questa pratica sono le “inchieste di vicinato”: le guardie vengono a casa tua e ti chiedono d’infamare il tuo vicino o di raccontare qualcosa che è successo.
Ci sono momenti magici in cui la normalità si incrina ed intravediamo la possibilità di una vita diversa. È stato il caso delle sommosse di Londra, nell’agosto 2011, quando interi quartieri sono stati rivoltati da cima a fondo e un bel po’ di strutture che ci rovinano la vita sono state attaccate. Quando lo Stato ha poi voluto vendicarsi, gli sbirri avevano migliaia di immagini dei saccheggi (telecamere di sorveglianza pubbliche o private, video e foto presi da “buoni cittadini”, etc.). Era però impossibile trovare i rivoltosi soltanto grazie alle loro facce. Le divise hanno quindi fatto largo appello alla delazione, con foto in formato gigante esposte nelle strade, pubblicate sui giornali e su siti internet (tutto ciò accanto a metodi più “energici”, come raid massicci e perquisizioni nei quartieri popolari).
Per quanto concerne la “prevenzione”, anche lì ognuno conosce mucchi di esempi. Gli sbirri e le loro imitazioni (guardie private, vigilantes delle case popolari, mediatori comunali, controllori…) passeggiano un po’ dovunque, ficcano il naso, ci controllano e se è il caso ci portano via. Ma la cosa più grave è che fra la “gente” vi è spesso una propensione a collaborare attivamente con gli sbirri. Si va dal “buon cittadino” che ti sgrida se butti un fazzoletto sul marciapiede, al tipo che va a infamarti dal guardione del supermercato quando ti vede rubare; dal vicino che chiama gli sbirri se c’è troppo rumore, all’infame tout court. Dal commerciante (legale o “illegale”, poco importa) che è un po’ troppo amichevole con gli sbirri perché ha i suoi sporchi affari da difendere, si va fino ad associazioni di infami volontari, quali i “vicini vigilanti” [1] . Si tratta puramente e semplicemente di una forma di controllo sociale informale, una solida stampella indispensabile al controllo istituzionale della polizia e degli organi giudiziari. Eppure, a volte basterebbe semplicemente tacere o dire: “Non so niente, non ho visto niente”. Basterebbe saper identificare chiaramente i propri veri nemici: non gli altri poveri, ma quelli che creano e gestiscono la povertà, che hanno un potere sulle nostre vite.
Che dei ricchi (o quelli che si credono tali, per differenziarsi dalla miseria generalizzata) si mettano dalla parte degli sbirri, non è strano. D’altra parte le guardie esistono proprio per mantenere i poveri al loro posto e ricordare loro il rispetto dell’autorità e della proprietà, nel caso in cui non l’avessero bene imparate a scuola, in famiglia, al lavoro, etc. Ma perché la donna delle pulizie si identifica con il suo ricco datore di lavoro fino a condannare chi ruba nel negozio? Bisognerebbe chiedersi perché certi valori (e comportamenti) degli sfruttatori sono diventati anche quelli degli sfruttati. In effetti, questa servitù volontaria che non viene percepita come servitù, ma come “portare il proprio contributo al bene comune” o più banalmente come “siamo tutti nella stessa barca” è una dei sostegni più formidabili dell’autorità.
Ci sono sbirri dappertutto, a volte anche nelle nostre teste (siamo tutti più o meno figli di questa società) e ci chiedono ancora di infamare qualcun altro? Basta! Un cambiamento radicale dei rapporti interindividuali, la libertà, si produrrà soltanto con un sovvertimento completo di questo mondo: la rivoluzione. Ma perché non cercare di risolvere già da ora i nostri confitti da soli, senza far ricorso alla macchina della Giustizia e senza per forza sbranarci gli uni gli altri? Si tratterebbe di gestire le controversie nella maniera più orizzontale e diretta possibile, fra gli interessati. Il Potere cerca di infantilizzarci (i bambini sono considerati come incapaci di ragionare, ma è poi vero?), ci fanno credere che non siamo capaci di regolare i nostri problemi autonomamente. Per cercare di liberarci del controllo dello Stato e della società, di avere noi, in prima persona, il controllo delle nostre vite, è indispensabile mantenere la Giustizia (statale, comunitaria, morale) fuori dai nostri rapporti. Che siano rapporti diretti, senza un potere terzo e senza autorità fra gli individui. Rifiutare sbirri e giudici non significa, poi, fare per forza ricorso ad altre forme di autorità, più o meno istituzionalizzate, come forme comunitarie o mafiose. Un giudice resta un giudice, che sia in toga o in sottana. E non tutti gli sbirri sono al servizio dello Stato.
Il controllo e la repressione statale (giudici, sbirri, mediatori…) o sociale e comunitaria (personalità autorevoli, leader religiosi, padroni, maîtres à penser…) sono mezzi per gestire i conflitti che sorgono fra individui o gruppi, conflitti che percorrono la società e possono avere effetti terribili per le persone coinvolte. La violenza “cieca” e la maggior parte dei conflitti non sono solo prodotti dalla società attuale, ma sono necessari all’esistenza dello Stato. Uno Stato che impone una situazione di sfruttamento e di miseria (economica, intellettuale, affettiva… più in generale una miseria esistenziale). Questa situazione è all’origine della maggior parte dei conflitti che poi lo Stato stesso pretende di gestire. Con la scomparsa dell’autorità e dello sfruttamento, anche una grande maggioranza dei conflitti scomparirà. Pensiamo a tutti i conflitti legati, direttamente o indirettamente, alla proprietà ed alla sua mancanza, alla violenza interna alla famiglia (violenza di genere e contro i bambini) e più in generale a tutta la violenza che questo mondo ci fa mandare giù ogni giorno, fino a quando straripa, spesso in modo casuale, senza cioè prendersela con i veri responsabili (come dovrebbe fare una violenza liberatrice).
Non siamo stupidi e non ci nascondiamo dietro un dito. Forse ci saranno sempre violenza e conflitti fra le persone, anche una volta aboliti lo sfruttamento e l’autorità. Ed in questo mondo non è facile risolvere alcuni problemi senza fare ricorso, per esempio, agli sbirri. L’esempio che tutti tirano fuori è quello della vittima o dello spettatore di un’aggressione. Qualche suggerimento potrebbe essere l’evitare di riprodurre comportamenti autoritari, condannarli ed intervenire direttamente quando qualcuno è in difficoltà, per aiutarlo a difendersi o eventualmente a vendicarsi (senza in un alcun caso sostituirsi agli interessati per “fare giustizia” al posto loro). Bisognerebbe anche abbandonare le categorie di “criminale” e “vittima”, sapendo che ci sono solo individui tutti diversi ed unici, con i loro rapporti reciproci. Non abbiamo, chiaramente, soluzioni miracolose. Ma che sia chiaro che questo mondo, con il suo sfruttamento, la sua miseria, i suoi sbirri, non è la soluzione ai nostri problemi, al contrario esso ne è la causa.
Per finire, potremmo noi, uomini e donne di questo mondo, vivere in un mondo libero senza divorarci gli uni gli altri? La società che ci circonda ci somministra continuamente “valori” come l’obbedienza all’autorità, il rispetto della proprietà, etc. Io penso che lottando contro l’autorità possiamo diventare capaci di vivere come individui liberi ed autonomi di fronte ad essa. Lottare per la propria libertà individuale, che non può fare a meno della libertà degli altri, è il solo modo per prendersela. Nessuno ce la darà, soprattutto non coloro i quali detengono il potere, anche se li copriamo di petizioni e di schede elettorali. E la violenza, se prende di mira le cause della sottomissione, può ben essere liberatrice: non raggiungeremo la libertà senza di essa. Allo stesso tempo, inscindibilmente, lottare per essere liberi è il modo migliore per imparare ad esserlo già, almeno un po’, qui ed ora. Non è facile e questa lotta è fatta anche di una rimessa in questione sé stessi, di continui tentativi nei quali nulla è garantito una volta per tutte. Ciò richiede determinazione e di fronte troveremo la repressione, più o meno diretta, della società e dello Stato. Ma, anche nel peggiore dei casi, ci avremo guadagnato in dignità. E nel migliore… Il gioco vale la candela!
[da Lucioles, bulletin anarchiste de Paris et sa région, n. 12, ottobre 2013]

Note

[1Rete di associazioni di cittadini che tengono sottocchio il loro quartiere o paesello e chiamano la polizia quando vedono qualcosa di “strano”. In pratica sono l’istituzionalizzazione del vecchio controllo sociale delle comunità di villaggio; si tratta di una pratica originaria dei paesi anglosassoni che sta velocemente prendendo piede in Francia, NdT

Libertà per le streghe !

A tutte e tutti gli insolenti, le sfruttate, i maleducati, le rivoltose, gli insorti, i ribelli, i folli, le disadattate, i non credenti, le selvagge, i barbari, le insubordinate, gli indomiti, gli ingovernabili, gli asociali, le streghe, i senza patria e gli/le assetati di libertà.

Prigioni, CIE, commissariati, scuole, ospedali psichiatrici, tribunali, università, palazzi, supermercati, programmazione familiare, templi, uffici dei sussidi familiari, sindacati, partiti, famiglie, matrimoni servono per parcheggiarci, addomesticarci, educarci, rinchiuderci, correggerci, normalizzarci, sterminarci.
Che il fuoco se li porti via tutti.

Gli inquisitori ed il loro mondo al rogo!
Libertà per le streghe!


Che la rivolta si impadronisca della libertà, con un fragore terribile, contro ogni autorità.

Alcuni/e anarchici/he

Viva l’insicurezza !

Ma a te piace questa vita sotto videosorveglianza, in cui dei cerberi armati possono correrti dietro finché ti schianti e muori, come lo scorso 14 ottobre alla Porte de Montreuil (20e arrondissement di Parigi)? In cui dei controllori ti fiutano e ti identificano quando ne hai abbastanza di pagare per farti trasportare come bestiame dalla stalla al macello o quando non hai i pezzi di carta giusti in tasca? In cui vieni giudicato e rinchiuso ogni volta che ti fai beccare a non rispettare le loro leggi? In cui triboli ogni giorno per pagare l’affitto della tua gabbia per polli, con il denaro che il padrone si degna di darti in cambio della tua docilità? In cui dei vigilantes ti scrutano per assicurarsi del fatto che non prendi ciò di cui hai bisogno? Ne hai veramente voglia, tu, di questa vita regolata, organizzata al millimetro dai dominanti, sorvegliata, legalizzata, psichiatrizzata, democratica, regolarizzata, sicura e, soprattutto, noiosa da morire?

Allora certo che fra due retate, sfratti, visite dell’ufficiale giudiziario, passaggi davanti ai giudici dei tribunali, dell’assistenza sociale, della pianificazione familiare o della comunità, fra crediti da rimborsare o conti in rosso da coprire, non è sicurezza quella che proviamo, e ci sono molte maniere di reagire a questa sensazione di soffocamento: tacere, andare a votare e dirsi che fin qui tutto va male ma che potrebbe anche andare peggio, oppure rivoltarsi, non sottomettersi, vendicarsi, non lasciarsi mettere i piedi in testa e tenere su la testa di fronte ai ricchi ed ai loro ascari, di fronte alle istituzioni, di fronte allo Stato, di fronte al potere ed alle norme sociali che esso impone. È da alcuni anni ormai che pubblichiamo questo giornale, con il solo scopo di appoggiare e diffondere la scelta della rivolta e sputare sulla sottomissione. E se in fondo quello che vogliamo davvero sono la rottura e la distruzione totale di questo mondo, la rivoluzione, c’è già di che gioire dei numerosi episodi di rivolta che sono cosparsi sullo scenario screpolato del dominio capitalista e statale.

Ma l’insicurezza di cui parliamo qua sopra non è, chiaramente, quella che da sempre media e politici usano per fare alzare l’auditel o vincere le elezioni sulle spalle dell’imbecillità diffusa, no, perché essi ne sono i responsabili. Per loro è quindi meglio inventarsi un’insicurezza che si venda meglio, per farci dimenticare la nostra o renderla più tollerabile. Si tratta allora di inventare degli spauracchi e spogliare le persone prese di mira della loro individualità. I Rom ladri di galline, il clandestino che ruba il lavoro ai francesi, gli islamisti in agguato pronti a farci saltare in aria ad ogni istante, il sabotatore anarco-autonomo di estrema sinistra, le bande di giovani incappucciati che si alzano il mattino per depredare gli onesti cittadini (se solo fosse vero…), quegli stronzi di scioperanti che prendono in ostaggio la popolazione, i piccoli rapinatori che meritano la pallottola del gioielliere nizzardo [1], quelli che approfittano del sistema di “protezione” sociale e così via. Tutte figure immaginarie gonfiate mediaticamente al TG delle 20, in modo che il buon francese addomesticato se la faccia sotto, consumi e voti nella più totale indifferenza della sorte altrui e nell’incapacità di identificare il nemico là dov’esso è veramente, cioè non sulla porta accanto, sul suo stesso pianerottolo, ma nel parlamento, a capo delle imprese, nei commissariati, nei centri delle comunità e nei tribunali.

L’insicurezza dei ricchi e dei dominanti fa la nostra felicità e viceversa. Allora, in questa guerra sociale, bisogna scegliere il proprio campo.

[tratto da Lucioles, n. 13, bollettino anarchico di Parigi e della sua regione, novembre 213]

Note

[1] Riferimento ad un recente fatto di cronaca : a inizio settembre un gioielliere di Nizza spara nella schiena al tipo che l’aveva appena rapinato e che stava scappando in scooter; NdT.

La vita è breve, siamo selvaggi !


“Sono tempi duri”, “Sono sempre gli stessi che ne fanno le spese”, “Cosa aspettiamo per mettere tutto a fuoco e fiamme?”.
E bla, bla e blablabla. È sempre la stessa solfa che sale dai banconi dei bar e dai posti di lavoro. Tutti dicono la propria sul disastro quotidiano che ci colpisce, ciascuno ha la propria idea per una migliore gestione del paese, ma nessuno si mette all’opera per davvero. E poi si va a votare, ci si rassegna e si vota ancora. Che il bastone si chiami Partito Socialista, UMP [destra, NdT], Front National o Front de Gauche, in fondo che differenza fa? La carota sarà sempre la stessa… Allora aspettiamo, ci diciamo che i giorni cattivi finiranno, che da qualche parte, nei sotterranei dell’universo, un miracolo è in gestazione, che un politico provvidenziale verrà a salvarci da questo merdaio, il messia, l’apocalissi, che il denaro ci offrirà quella libertà che non abbiamo mai assaggiato, che delle alternative ci permetteranno di vivere al di fuori di questo mondo, che ci sarà un altrove in cui guarire dal qui, un paradiso futuro per dimenticare l’inferno del quotidiano, delle sue abituali oppressioni che si chiamano lavoro, controllo, reclusione e frontiere.





Ma troppe sono le parole, troppe le gesticolazioni inutili, la vita è troppo corta per tutto ciò, adesso bisogna far esplodere i fili spinati che circondano i nostri immaginari, bisogna passare all’attacco.
 
Quelli che sono responsabili di questa società carcerale sono della nostra stessa costituzione, sono fatti di carne ed ossa, hanno nomi ed indirizzi, le loro strutture si trovano all’angolo della strada. Che costruiscano le prigioni pensate per domarci, che ci lavorino, che partecipino alla nostra miseria estorcendoci degli affitti, facendoci lavorare, prendendoci per fessi, cercando di addomesticarci. Tutti costoro vedono bene che, per cambiare l’ordine delle cose, basterebbe constatare che la vita è troppo breve per passare il proprio tempo a piegare la schiena. Solo i dominati non se ne rendono conto?
Allora sì, la vita è breve, troppo breve per questa noia abissale, per questa vita di miseria sotto il sole nero del dominio, i piedi impantanati nel suolo freddo del capitalismo. Che almeno essa sia intensa e di una vivacità selvaggia. Che almeno ci liberiamo dalla rassegnazione e dalla paura che questo mondo ci impone.

Prendere la propria vita in mano è attaccare tutti i poteri !


Per un mondo senza Stato né denaro.
Per l’insurrezione.
Per l’anarchia.


[manifesto trovato sui muri di Parigi, novembre 2013]

http://www.non-fides.fr/IMG/pdf/la-vie-est-courte-a2-couleur.pdf

Yuan’e Hu

È giovedì 2 agosto 2012 e come quasi ogni giorno fin dal suo difficile arrivo sul territorio francese, otto mesi prima, Yuan’e Hu è là, sul marciapiede di Belleville. Come molte centinaia di altre cinesi di una quarantina d’anni, ha lasciato la sua vecchia vita, sua figlia, la sua famiglia ed i suoi amici per la grande traversata. L’Europa e le sue promesse, la promessa di un salario “decente”, di condizioni di lavoro meno dure, di una “libertà” messa in scena dai rari media occidentali che non vengono filtrati dal Partito Comunista Cinese. Ma Yuan’e Hu, a cui quelli che l’hanno fatta arrivare clandestinamente promettevano un lavoro come gli altri ed un salario che le permettesse di spedire un po’ di soldi a casa, si è fatta fregare, allo stesso modo di tante altre. È così che è finita sul marciapiede a vendere il proprio corpo in condizioni di miseria, a condividere una camera con otto altre donne a cui, come a lei, è stata rifiutata ogni dignità.

Può darsi che Yuan’e Hu fosse impressionata dall’esibizionismo di alcuni suoi compatrioti, quelli che passeggiano su grossi SUV o arrivano in limousine il giorno del loro matrimonio, che hanno ottenuto i documenti e che, la maggior parte delle volte, si preoccupano soltanto più di sé stessi, sfruttando forse quelli meno fortunati fra loro. Può darsi che Yuan’e Hu si immaginasse di poter beneficiare della solidarietà della comunità, ma non ha ricevuto che disprezzo, vergogna ed esclusione. Come capita spesso. Come si dice, “l’ultimo arrivato chiude la porta” e “ciascuno per sé”. A sua figlia, che cercava di contattare ogni quindici giorni, raccontava di lavorare in una sartoria, completando le proprie giornate con qualche lavoro occasionale di baby-sitter, “che era duro e stancante, ma che tutto andava bene”…
Evidentemente, come molti immigrati clandestini, sfruttati, mutilati dalla miseria, molestati dagli sbirri e privati di tutto, Yuan’e Hu non ha avuto scelta, quando individui miserabili le hanno spiegato che per rimborsare il costo del viaggio avrebbe dovuto prostituirsi, oppure morire nel terrore.
È giovedì 2 agosto 2012 e come quasi ogni giorno fin dal suo difficile arrivo sul territorio francese, otto mesi prima, Yuan’e Hu è là, sul marciapiede di Belleville. Aspetta, sull’asfalto bollente del terrapieno centrale di Belleville, che arrivi un cliente ad offrirgli, in cambio della sua dignità, qualche banconota che passerà subito dalla tasca del cliente a quella del magnaccia. Il cliente contratta, il prezzo non gli va. In questo mondo, comprare un corpo è un po’ come comprare un tappeto, si contratta. Yuan’e Hu transige, accetta. Porta il cliente nella sordida minuscola stanzetta che affitta per fare le marchette. Verrà ritrovata soltanto la sera, nuda, strangolata con il laccio della sua borsetta, con segni di violenza all’esterno e all’interno del suo corpo. Yuan’e Hu è morta.
Morta d’indifferenza. Morta nell’indifferenza. Morta di miseria. Morta di tradimento. Morta a causa della sua fiducia. Morta a causa delle frontiere. Morta della violenza degli uomini.
La giustizia ha da poco condannato il suo assassino a 20 anni di prigione, come se fosse lui l’unico responsabile della sua morte. Come se si trattasse di un fatto di cronaca nera isolato e distaccato da tutto il resto del contesto sociale, il gesto di un uomo la cui eliminazione risolverebbe ogni problema. Come se questa stessa giustizia da mattatoio che ogni giorno rinchiude ed espelle centinaia di persone, in maniera industriale, perché non hanno il pezzo di carta giusto, come se essa non avesse nulla a che fare in tutto ciò (ci si ricorderà, ad esempio, delle prostitute cinesi sans-papiers rinchiuse in un CIE nel dicembre 2013, in seguito ad una retata nel XIII arrondissement giustificata dalla “lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”, oppure delle decine arrestate in quello stesso mese proprio a Belleville). Come se il terrore di Stato, attraverso i suoi giudici ed i suoi sbirri, non fosse responsabile delle morti quotidiane delle prostitute immigrate clandestine, dei migranti su cui sparano a vista alle frontiere d’Europa, fatti colare in massa su barconi al largo dell’Italia oppure arenati sui fili spinati della Grecia. Come se i porci in uniforme, che giocano a fare i protettori della vedova e dell’orfanello, non fossero responsabili della paura permanente che spingeva Yuan’e Hu a vivere nascosta agli occhi dei ricchi e delle diverse divise, come una morta-vivente, clandestinamente, indesiderabile. Yuan’e Hu pensava di essere costretta a prostituirsi oppure dover morire nel terrore, ma alla fine le sono toccati tutti e due.
Oggi abbiamo voglia di piangere Yuan’e Hu e tutti gli altri, ma la tristezza non ha mai fatto cadere delle mura ; la rabbia e la rivolta, invece, si.

A Yuan’e Hu, a tutte quelle e quelli che la miseria uccide in silenzio, che lo Stato uccide senza nemmeno sporcarsi le mani, che il capitalismo affama senza che nessuno debba sentirsi responsabile.
All’idea che un giorno ci solleveremo, indesiderabili di questo mondo, e vendicheremo le offese fatte dagli Stati, dagli sbirri, dai padroni e dalle comunità.

Morte ai poteri.

[Tratto da : Lucioles n°20, Bulletin anarchiste de Paris et sa région, dicembre 2014]
Tradotto da : Non-Fides

[en français]

Spezziamo la spirale identitaria

L’aggressione militare a Gaza e, più in generale, il colonialismo israeliano in Palestina sono inaccettabili. Ma attenzione a non scivolare nelle semplificazioni e nelle derive comunitarie. La maggior parte degli abitanti d’Israele non sostengono le scelte del “loro” governo. Come in qualunque paese, d’altronde. Sono numerosi quelli che rifiutano di fare il servizio militare (e pagano cara questa scelta). La maggior parte degli abitanti della Striscia di Gaza (o della Cisgiordania) sono lungi dall’essere degli integralisti che sostengono il terrorismo di Hamas mentre leggono il Mein Kampf. E quel governo indipendente palestinese così a lungo desiderato, quello di Mahmud Abbas come quello di chiunque altro, si rivela essere quello che tutti i governo sono: sfruttamento, polizia, prigioni. La maggior parte degli “ebrei” di Francia se ne fregano d’Israele e la maggior parte dei “musulmani” di Francia non sono affatto antisemiti. Non tutte le persone che credono in un dio od un altro mito del genere (spesso solo perché educate a credere in queste vuote superstizioni) sono dei rigidi fondamentalisti.
Ciononostante, ci sono anche dei pazzi furiosi che sostengono e propagano vecchi miasmi razzisti, a volte agghindanti di vecchi stracci religiosi. E a vedere gli attacchi e gli atti antisemiti di Aulnay, Parigi, Sarcelles, Valenton, a vedere la repressione poliziesca della manifestazione di Barbès del 19 luglio, a credere all’allarmismo creato da media e politici, ci si crederebbe sulla soglia della spirale di una guerra civile. Ma, nei fatti, il razzismo, la paura, i fondamentalismi religiosi, la guerra fra poveri servono gli interessi di chi?


Ci sono ovunque persone che se ne fregano delle identità che sono state assegnate loro e altre che le accettano soltanto perché le vedono come “naturali”, senza farsi domande. Queste identità comunitarie (religiose, nazionali, etniche) non sono infatti nient’altro che delle caselle in cui vorrebbero farci rientrare, per farci obbedire. Per meglio controllarci, sfruttarci, isolarci dagli altri sfruttati, a volte anche farci ammazzare fra di noi. Il comunitarismo ed il suo fratello gemello, il razzismo, sono dei buoni strumenti nelle mani dell’autorità. E funziona: ci spingono lungo la discesa schifosa della guerra fra poveri.
L’identificazione con una categoria definita dal potere può essere fatta da sé stessi (“fiero di essere…”) o dagli altri (“sporco…”). E spesso il fatto che qualcuno sia attaccato perché identificato secondo una supposta identità fa sì che egli si riappropri di questa stessa identità e la trasformi in un malsano orgoglio (ed odio verso gli altri, come mostra bene l’esempio degli imbecilli della LDJ [1] ). Entra qui in gioco una spirale che non fa altro che radicare ancor più il sentimento di appartenenza comunitaria e le sporche dinamiche che vi sono associate. Il comunitarismo è infatti molto spesso accompagnato dalla paura e dall’odio verso quelli che sono ritenuti (o che si dicono) appartenenti ad altre comunità. Questo processo non fa altro che rinforzare l’identificazione delle persone secondo delle linee d’appartenenza che non abbiamo scelto, ma che ci sono state imposte (attraverso l’educazione, il razzismo subito, dei meccanismi psicologici di “ricerca di forza”…). Non fa che rinchiuderci ancora di più nelle nostre gabbie. Non nascondiamoci, però, dietro il dito delle buone intenzioni. La radicalizzazione religiosa ed in particolare il fondamentalismo islamico di certe fasce delle classi popolari, in Francia, è un problema. Non si tratta di “libertà” religiosa. Si tratta di un’autorità, una ancora, che vuole, in prospettiva, imporsi a tutti. Il flagrante razzismo anti-“arabo” di una parte della società non deve nascondere lo sviluppo del fondamentalismo islamico, né servire da scusa per altre forme di razzismo, come l’antisemitismo. E sta anche ad una parte dell’estrema sinistra di smettere di corteggiare certe derive integraliste e antisemite, con la speranza di recuperare visibilità politica.


Smettiamo di ascoltare le sirene religiose, nazionali e comunitarie. Bruciamo le bandiere, ma tutte. Quelle degli aggressori e anche quelle “delle vittime”. Perché è anche a causa delle bandiere, del nazionalismo, della religione, che ci sono degli aggressori e delle vittime – e i dominanti, di ogni sponda, non sono mai fra queste vittime.

Dobbiamo saper fare la differenza, vedere chi sono i nostri veri nemici. E i veri nemici degli sfruttati sono gli sfruttatori. Questi ultimi giustificano la loro autorità anche con la religione, tutte le religioni. I dominanti, loro, riconoscono molto bene i loro nemici. Si tratta dei poveri, tutti i poveri, poco importa se mettono rosari al collo, kippah in testa o indossano dei qamis.
I capi comunitari, quegli stessi che, indirettamente, spingono i rispettivi “fedeli” gli uni contro gli altri, si stringono le mani, rilasciano interviste congiunte quando le cose si spingono troppo lontano e minacciano i loro interessi. Ed il primo dei loro interessi, di tutti loro, al di là della piccola concorrenza sulla divisione di settori di potere e di fette della popolazione, è il mantenimento di una distinzione netta fra un’élite che detiene il potere (loro, qualunque sia la loro “appartenenza”) e delle larghe masse che, come delle greggi, sono tenute a seguire i rispettivi pastori. E davvero noi saremmo così stupidi da credere a queste false identità, create apposta per mantenerci sottomessi?

Che mi abbiano insegnato, nella mia infanzia, ad inginocchiarmi la domenica, il sabato od il venerdì (e a lavorare ed obbedire gli altri giorni), ecco il mio problema. I miei nemici non sono quelli che sono stati educati ad inginocchiarsi un altro giorno, ma quelli che vogliono che io e gli altri continuiamo ad obbedire. Le altre persone che dovrebbero restare in ginocchio sono probabilmente nella mia stessa situazione e potrebbero diventare miei alleati per la liberazione di ciascuno di noi. Alziamoci infine in piedi. E vedremo chiaramente che i nostri nemici non sono gli altri sfruttati, ma quelli che vogliono tenerci in ginocchio.


Tratto da: Lucioles, bulletin anarchiste de Paris et sa région, n. 18, agosto 2014.
Tradotto da: Non-Fides


[1Ligue de défense juive, gruppuscolo nazionalista ebraico, di estrema destra, sezione francese della Jewish Defense League, che dice opporsi all’antisemitismo, ma in realtà difende lo Stato di Israele e propaga il razzismo antiarabo; NdT.

[en français]

Colpire dove più fa male





La mattina presto di mercoledì 23 luglio è scoppiato un incendio in un’istallazione (cabina di manovra) della SNCF a Vitry-sur-Seine. Poco sorprendente poiché, se leggiamo le notizie locali sulla stampa, si trovano spesso notizie del genere. Incidente tecnico, errore umano, surriscaldamento (?)… Oppure doloso. L’azione di qualcunx forse per divertimento, oppure per sfogare la propria giusta rabbia contro uno degli ingranaggi di questo mondo - e non uno dei meno importanti, in questo caso particolare! Cioè un’azione fatta “a caldo” e senza premeditazione e chiedersi cosa si trova nell’edificio? Oppure l’alternativa che potrebbe piuttosto preoccupare le ferrovie e gli sbirri: che quellx con l’accendino nelle mani sapevano benissimo di cosa si trattasse e quali fossero le conseguenze?


Alla fine tutto quel che sappiamo su quest’incendio viene dai giornali - ossia dagli sbirri. E certamente coloro non amano affatto che qualcunx s’interessi troppo dei loro affari.
Poiché una cabina di manovra contiene le apparecchiature che regolano il traffico di un settore ferroviario, il ripristino della cabina richiedeva l’interruzione della corrente alle linee aeree dei treni rapidi della metropolitana che servono la stazione d’Austerlitz (vicina a Vitry) e che sono stati fermi per tutto il mercoledì 23 luglio e parte del 24.
A fine febbraio 2013, a Ville d’Avray, c’è stato un simile incidente molto più incisivo (anche se per una linea meno importante). Pure lì, un incendio (fortuito, se si vuole credere a SNCF) distrusse “degli impianti elettrici ed elettronici di manovra, della segnaletica e di sicurezza” [Le Parisien]. Sulla linea U ed in parte sulla linea L del Transilien, per delle settimane non ha circolato più alcun treno.
Ma non esistono solo cabine di manovra… Grossi problemi di circolazione soprattutto per i TGV ci furono a inizio marzo 2012 nella regione di Chambéry. In vari luoghi (in piena campagna) furono bruciati i fasci di cavi lungo i binari (sabotaggio in solidarietà con x arrestatx NoTav in Italia). Chi ha buona memoria ricorderà la gran confusione alla Gare du Nord dopo un “piccolo incendio” in una cassetta per gli interruttori della segnaletica a inizio 2008: per alcune ore circa 300 convogli della metropolitana e del TGV per l’Europa del Nord rimasero fermi.
Quel che potrebbe essere interessante di questi piccoli incendi: ogni struttura materiale -per es. la rete ferroviaria- ha i suoi punti deboli. Lo stesso incidente (casuale, sabotaggio) può avere delle conseguenze più o meno gravi, secondo dove succede. Ogni rete ha dei punti particolari, nodali, che se messi fuori funzione possono avere degli effetti gravissimi su tutta la rete, forse (perché no?) fino ad avere una specie di “effetto domino”.
Le reti che muovono questo mondo (trasporto di persone, merci, energia ed informazione), le abbiamo dappertutto, sotto i nostri piedi, sopra le nostre teste, accanto a noi, in armadietti che stanno ad ogni angolo di strada, spesso molto lontano dagli occhi indiscreti della sbirraglia e delle videocamere.

A tuttx coloro che sanno guardare…
 
[Estratto da: Lucioles, n. 18, bulletin anarchiste de Paris et sa région, agosto 2014
Tradotto da Marco Camenisch, con qualche piccola modifica da Non-Fides.]


[en français]